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Lucifer Over London

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Originali - Il suono del flauto
CAT_IMG Posted on 17/2/2009, 12:52Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 23/12/2009, 21:24


Sintesi: "Avrebbe suonato per incantare la morte. Avrebbe suonato per sedurre la morte. Avrebbe suonato per sconfiggere la morte."
Tipologia di storia: one-shot
Genere: Horror, Mitologico, Vampiri

Hope you like it!

Il suono del flauto

Erano circa a metà strada quando la musica incominciò. Scaturì dalle dense nubi scure e si riversò sulla terra nera, sotto forma di fulgide folgori che illividivano il cielo come vene improvvise. Il tuono soverchiò ogni altro rumore per qualche attimo, e nel suo boato straziante, i tre ragazzi udirono nitidamente la forza divina che scandiva a chiare parole la sua regola fatta di saette e lacrime. La terra tacque scossa, in attesa, trattenendo il sospiro, stremata nel brevissimo silenzio che seguì quel primo rimbombo, cupo e minaccioso; dopo qualche attimo giunse la pioggia.
La musica mutò tono. Il cielo abbracciò con voluttà l'amata desiderosa, si riversò in lei in rivoli e flutti, l'avvolse di nubi e gocce, scivolò su di lei, dissetando la sua immensa sete d'amore. Il suono lento ed ora ritmico dell'amplesso dipinse meraviglia sul viso dei tre giovani, colti impreparati dal temporale estivo sul ciglio d'una scogliera. Stettero qualche secondo in silenzio, cullati dall'affascinante cadere delle miriadi di gocce d'acqua, e si guardarono l'un l'altro in viso, quei visi ora già molli di pioggia, serici e turgidi come frutti maturi, che conservavano qualche cosa della dolcezza di forme dell'infanzia, ma già erano delineati con indistinta e morbida chiarezza nelle linee dell'età adulta. La dolcezza insolita della pioggerellina, così delicata rispetto ai boati che l'avevano annunciata, avvolse l'animo dei tre con quella strana sensazione che intenerisce il cuore con la semplice musicalità della natura. Si guardarono l'un l'altro meravigliati e dei volti si scorgeva solo qualche dettaglio spurio, immersi com'erano nel crepuscolo forzato di quell'umida alcova.
Finalmente quello che pareva essere il maggiore d'età si riscosse, e si rivolse agli altri: "Riesco a malapena a scorgervi, in questo buio maledetto! Siete ancora dove vi ha sorpresi questo inopportuno temporale? O vi siete già rifugiati in qualche anfratto?"
Un altro gli rispose, modulando la voce su un tono basso per non disturbare il lento lavorio della pioggia: "Akakios! Sei sempre il solito! Pensi davvero che un semplice temporale estivo ci faccia scappare dalla paura?"
Infine il terzo prese parola: "Voi fratelli siete come il giorno e la notte. Akakios, noi siamo dove la luce ci ha abbandonati, dove altro saremmo potuti andare?"
"Conoscendomi, a nascondervi come lepri, Thales." Riprese il primo, accigliato "Cosa facciamo ora? Il cielo si è fatto buio e l'acquazzone si è divorato gli ultimi brandelli di luce che ci rimanevano per tornare a casa prima del crepuscolo. Proseguiamo per la solita strada?"
"Akakios, amico mio, come non vedi noi nel buio, non vedi nemmeno quanto sia scomodo andare per quella stradicciola di campagna, tutta curve e con così poca luce. Io propongo di prendere la strada del mare, scendere dalla scogliera, fare la spiaggia e risalire per quella scalinata poco dopo casa vostra. Senza considerare che faremo sicuramente prima." rispose il terzo.
Un nuovo scroscio mise per un secondo fine alle discussioni dei tre giovani. La luce non li illuminava, tuttavia essi erano due fratelli, diversi fra loro come il giorno dalla notte, ed un terzo amico, che era l'aurora e il tramonto e teneva uniti gli opposti. Il maggiore si chiamava Akakios, e stava per compiere diciassette anni, il minore, di un paio d'anni più piccolo, di nome faceva Lefteris, il caro amico dei due era invece Thales, ragionevole come un pastore che debba far andare nella stessa direzione le sue pecore.
Nel silenzio Lefteris rabbrividì, Akakios tolse lo sguardo dal cielo per posarlo sull'amico, che aveva appena parlato. Oscuri presagi sembravano agitare le nubi nere e viola, che andavano intrecciando arabeschi e trame sulla superficie del cielo estivo, coprendo le stelle e nascondendo i destini.
"La spiaggia?" si azzardò a chiedere Akakios.
Thales si rese conto immediatamente di aver detto qualcosa che aveva smosso gli animi dei due fratelli.
"Cos'ha la spiaggia che non va? Faremo prima, andremo dritti, e se mai dovesse spuntare la luna quando le nuvole si stracceranno e ci ridaranno la vista del cielo, la sabbia rifletterà il poco chiarore."
I visi paralizzati di Akakios e Lefteris sembrarono rendere le sue parole stranamente stonate.
"Thales… la spiaggia. Nessuno passa per la spiaggia quando la luna è alta in cielo o quando lo è il sole. Sai perché… O forse i tuoi genitori non hanno reputato opportuno istruirti sui pericoli di questi luoghi?"
"Akakios! Sei tu il vero vigliacco! Certo, i miei parenti hanno senno, e ancora di più ne ho io, rifiutando di dare credito a stupide leggende!"
Al che Lefteris, che era rimasto in silenzio, con lo sguardo perso al di là dell'orlo della scogliera su cui stava come a voler scorgere l'inquietante presenza della bianca spiaggia nascosta alla sua vista, e per questo ancor più spaventosa, prese timidamente parola: "Thales, Thales… La tua ragione non può spiegare tutto. Fidati dei miti, degli dei, dei nostri avi. Non tentare la sorte."
Thales strinse i pugni, spazientito. Anche il suo sguardo volò irrequieto al di là della barriera di roccia, come a voler penetrare e osservare in profondità, fino alla chiara distesa di sabbia che si estendeva molto sotto di loro, ma era lo l'espressione di chi aspetta, di chi trepida, era lo sguardo del guerriero che dietro la collina, appostato, aspetta di poter varcare la linea del colle e correre contro il nemico, era lo sguardo di Odisseo dentro il cavallo di legno, era lo sguardo dell'assassino nascosto dietro il velo, pronto a lacerarlo col suo coltello.
"Siete… siete dei codardi! Piove, fra poco farà freddo, non c'è luce, siamo stanchi, abbiamo lavorato tutto il giorno nella tenuta di vostro padre, siamo fradici! Vigliacchi!"
Le parole come saette trafissero l'orgoglio dei due fratelli, che guardarono con astio Thales; dopo qualche attimo, Lefteris alzò la mano in segno di riconciliazione, ma Akakios fu più veloce e disse con foga: "Se ci reputi dei vigliacchi solo perché vogliamo rispettare la tradizione, verremo con te! Attraverseremo la spiaggia, per quel che mi riguarda ci potrei pure dormire! Ma ricorda: non siamo codardi!" Detto questo, si girò di scatto e nell'oscurità prese la stradicciola che, ripida, conduceva alla spiaggia sottostante.
Lefteris invano mormorò no e ancora no, ma quando vide che anche Thales seguiva il fratello con un ghigno soddisfatto in volto, si rassegnò e prese a scendere insieme agli altri.
La pioggia ora era ancor più leggera, tuttavia rendeva scivolosa la viottola, composta zolle di terra alternate a scalini di pietra scavati direttamente nel fianco della scogliera. Lefteris camminava mogio, consapevole che non avrebbero dovuto sfidare gli ammonimenti dei padri, e tuttavia costretto dal proprio corpo a compiere un passo dopo l'altro, giù per quello scheletro di roccia che scendeva sinuoso lungo tutta la scogliera, fino a sfociare nella lunga spiaggia. Erano pidocchi e insetti che si calavano per il corpo di un enorme mostro primordiale, addormentato ed indifferente alla lenta pioggerellina che colava sulle sue membra immense e rocciose, e solo gli dei sapevano cosa avrebbero incontrato in fondo. La scalata dovette sembrare interminabile a tutti, anche se nella realtà prese loro ben poco tempo, nonostante le condizioni poco agevoli, ma gradino dopo gradino ognuno di loro sentiva accrescere dentro di sé un peso al cuore, come se i metri e metri di roccia che avevano già superato nella discesa pesassero direttamente sui loro animi. A metà scalata le nubi si aprirono e la luna quasi piena rischiarò lo spettacolo stupendo dei suoi raggi magnifici che si rispecchiavano sulla superficie del mare, increspandosi a ritmo con le onde.
La spiaggia era immobile e perfetta, come un opale incastonato al centro di quella immensa collana di pietra.
I tre rimasero un attimo in silenzio, quando finalmente si resero conto che il cielo si era rischiarato e che potevano nuovamente vedere dove si sarebbero andati a posare i loro passi. I due fratelli in cuor loro si maledirono di non aver aspettato solo una manciata di minuti in più in cima alla scogliera… sarebbe bastato così poco: essersi attardati un attimo contando le giare colme di olive verdi e lucenti, aver richiamato con una battuta scherzosa la graziosa servetta che attingeva l'acqua, aver rilanciato più e più volte uno stecco di legno al vecchio cane ancora voglioso di giochi, essersi fermati per un bicchiere di vino nell'allegra osteria sulla via di casa, quando il sole incominciava la sua discesa verso l'orizzonte. Se solo avessero aspettato! Ora la luna rischiarava tutto con una chiarezza ignota all'abbacinante giorno.
Dei due, solo Lefteris obbedì all'impulso di chiamare gli altri e di chiedere di tornare indietro, erano ancora in tempo, le loro madri non si sarebbero ancora angustiate, avrebbero potuto ridere e scherzare lungo l'abituale via di campagna, ma quando provò a pronunciare quelle parole, la voce gli morì in gola e tutto quello che uscì dalle giovani labbra atterrite fu un gemito appena udibile.
La discesa continuava, lenta ed implacabile.
Dopo quella che parve un'eternità, i tre ragazzi giunsero finalmente alla spiaggia. La battigia si estendeva per molti metri in larghezza e in lunghezza e l'occhio non riusciva a scorgerne la fine: la striscia di sabbia avvolgeva quasi tutta la regione, proprio ai piedi delle imponenti scogliere.
Si fermarono, continuarono, poggiarono i sandali sulla rena umida e compatta sotto i loro piedi, a tratti solida e a tratti infida e molle. La spiaggia notturna li accoglieva in tutta la sua magnificenza, ma sotto la pallida luce lunare gli scogli, i granelli e persino il mare immoto comunicavano un senso di estrema ed infinita solitudine. Se qualcosa si nascondeva fra le onde e i flutti argentati, loro non sapevano, ma doveva essere qualcosa di solo da molto tempo. Qualcosa di molto affamato.
"Suvvia, cosa sono quelle facce? Non ditemi che il vostro coraggio è sparito per strada!" Gracchiò Thales, persino egli con voce malferma.
"Sei sempre il solito. Anche la tua voce ha tremato, sai bene che è stato uno sbaglio scendere fin qui…" aggiunse Akakios.
"Ma via, amico mio… Ti dimostrerò che anch'io studio la religione e i nostri miti! I demoni che dormono in questi mari sono attratti solamente dal suono del flauto, e di questo dovrete darmi ragione anche voi!" esclamò con un grande sorriso.
Lefteris alzò cupo il braccio per interrompere l'amico, poi si chinò e dalla propria bisaccia estrasse un piccolo e sottile oggetto di chiaro legno, un flauto.
Con un ghigno amaro mormorò: "Dici un flauto come questo?"
Infine anche il volto sicuro di Thales perse la propria baldanza e rimase atterrito a contemplare il piccolo strumento, così innocuo nelle mani delicate di Lefteris, aguzzo come la lancia del Destino.
"Lefteris… Io… Io avevo dimenticato il flauto che ti porti sempre dietro. Io non ho ragionato abbastanza. Perdonami." prese a dire il fratello, ma venne subito interrotto da Thales: "Folle! Rimettilo subito nella bisaccia, nascondilo! Perché l'hai tirato fuori!?" gridò con voce strozzata.
Stranamente Lefteris, ora che contemplava il pericolo molto più da vicino rispetto alla cima della scogliera, era più tranquillo.
"Thales, taci. Tu ci hai trascinati quaggiù, ed io spero che non sarà il mio flauto a trascinarci tutti nel profondo degli Inferi. Ma loro non vedono con i nostri occhi, che stia dentro o fuori la tela è uguale. Se vorranno sentire ancora una volta il suono del flauto, verranno."
Quel verranno pesò come una scure caduta sui loro colli, come le mura che crollano e cedono alla spinta dei nemici, quel verranno riempì il silenzio e rimbalzò in ogni angolo, in ogni anfratto, si rifletté sulla superficie lucida delle onde, si acquattò fra i granelli di sabbia.
I tre giovani rimasero turbati.
Tutto intorno a loro era una presenza oscena e raccapricciante, inquietante e silenziosa. Tutto intorno a loro sembrava inneggiare a qualcosa che non potevano scorgere, non con i sensi e tantomeno con la mente. Solo lo sgomento poteva azzardare ipotesi dove la ragione s'impuntava ed ergeva paura a proprio scudo, solo lo sgomento li teneva in piedi e dipingeva terrore sui loro pallidi volti, ancora umidi di pioggia e così belli e delicati nella tenue luce, come fragili statue sulla riva di un Oceano troppo grande per essere compreso. La ragione s'arricciava e s'increspava, il panico che comandava ai loro cuori era sincero e reale, ed in volute ed arabeschi s'impossessava del loro corpo intero, paralizzandone le membra e ghiacciandone il respiro.
Le onde sempre uguali s'infrangevano con suoni di guerra, con tamburi ed alte grida, con stridori terribili, come di acciaio ritorto, le onde gridavano e gemevano, contorcendosi in flutti sempre uguali.
Dopo qualche attimo la loro coscienza riprese un poco di controllo.
Il mare si estendeva a pochi passi da loro, come chiamandoli, invitandoli a riposare per sempre nelle sue profondità materne, ed il richiamo era seducente.
Lefteris si guardò la mano, che ancora stringeva il piccolo flauto; gli sembrò qualcosa di grande e spropositato, come un bambino colto a giocare con la spada del padre, mentre in realtà a malapena riesce a sollevarla. Si guardarono in viso l'un l'altro, immobili.
Il freddo che pizzicava la pelle e le ossa anchilosate ricordò loro la sensazione del sentirsi vivi, li spinse a reagire.
"Forza!" sussurrò Akakios "Forza! Non facciamoci prendere da timori più grossi di noi. Possiamo fuggire, non è ancora successo nulla. Nessun demone ci ha fatto visita, niente si è mosso fra quei flutti così inquietanti. Scappiamo!"
Gli altri due non risposero, si limitarono ad annuire con foga ma con sguardo vacuo, come se fossero appena stati risvegliati da un lunghissimo sogno e non fossero ancora ben consapevoli di essere svegli. Ma scapparono, a passi lenti ed incespicanti essi scapparono, arrancando nella sabbia umida, scivolando fra le piccole infide dune, cadendo, respirando a fatica, guardandosi continuamente indietro, scapparono, percorsero metri e metri, lo sguardo sempre rivolto al mare, alla linea scura dell'orizzonte, ai ghirigori senza fine della risacca, scapparono.
Il tonfo dei loro passi che sprofondavano nella sabbia sembrava echeggiare ovunque, i loro respiri affannosi erano talmente forti che sembravano riempire il cielo ed appannare le timide stelle, tuttavia nulla successe.
Il mare restò calmo.
Le Lamie li avevano risparmiati.
Si trovarono ai piedi della scalinata che li avrebbe ricondotti sulla cima della scogliera, si guardarono indietro e videro che la spiaggia poco tempo prima incontaminata e vergine adesso era butterata dalle impronte dei loro passi, sfregiata dai segni delle loro scivolate. Ma nulla si agitava in essa, la distesa perfetta di granelli chiari non era turbata da nessun'altra traccia. Sospirarono di sollievo, si dettero reciprocamente degli idioti e dei fifoni.
"Ahaha, Akakios, che facce avevamo! Proprio come dei begli stracci appena lavati!" Sghignazzava Thales, e Akakios rispondeva al riso, coprendosi con la mano il viso in segno di finta vergogna, e continuando a ridere più forte, tanto che ora la pietra sembrava far rimbalzare da una parte all'altra dell'orizzonte il suono delle loro risa.
"Shh! Ridete più piano, per Zeus!" invece intimò Lefteris, l'unico che era rimasto in silenzio, con volto lugubre.
"Suvvia, amico! Quelle maledette laggiù vengono solo al suono del flauto, al massimo di un altro strumento musicale, non credo proprio che le nostre risa sgraziate le attireranno!" E giù a ridere nuovamente.
Ma il viso di Lefteris rimaneva serio e impassibile.
"Che c'è, fratello? Hai ancora fifa?" gli disse sogghignando.
Lo sguardo di Lefteris esprimeva un risentimento profondo, ma gli altri non sembrarono accorgersene.
"Ehi! Piccolino! Il pericolo è passato!"
"Voi credete? Lo credete veramente?" Una rabbia isterica esplodeva in queste parole amare, Lefteris afferrò il flauto, se lo portò tremante alla bocca, lo appoggiò alle labbra, soffiò. Uno stridore lugubre invase la bianca distesa di sabbia, la nera roccia, pervase di terrore i pallidi volti dei due ragazzi. Lefteris suonava, se quel lacerante stridore poteva essere considerato una melodia, ma tuttavia aveva la sua grazia infernale, quella musica che sembrava pianto di demoni, grida di satiri.
Ma il suono riempì l'aria per poco, infatti subito Thales levò il braccio, strappò lo strumento dalle labbra dell'altro e lo scagliò con violenza, lontano, nella sabbia che subito lo avvolse. Il flauto stava lì, riga scura contro la sabbia, e gli occhi di Lefteris si riempirono di lacrime, pallide ed opalescenti gocce salate che sembravano riflettere il mondo incantato dal chiarore lunare.
"Vattelo a riprendere, se ci tieni! Poi siamo noi quelli che sfidano la sorte, quelli che con il loro riso avrebbero richiamato le Lamie dal mare! Folle! Ci volevi far morire tutti? Ringrazia che sei talmente vigliacco che neanche sei riuscito a suonare una melodia, dalla paura che ti faceva tremare le labbra!"
Quelle stesse labbra ora erano martoriate dai denti di Lefteris, che era combattuto tra la voglia di mettersi a singhiozzare e quella di gridare contro l'amico tutta la sua rabbia, i suoi occhi erano colmi di colpa, rabbia, rancore, paura. Thales li fissò e vi scorse una voragine di sensazioni che difficilmente sarebbe tornata alla ragione con le buone parole, perciò decise di smettere, anche se l'istinto gli diceva di schiaffeggiare forte quell'idiota che aveva rischiato le loro stesse vite per un capriccio.
"Sei solo un bambino." mormorò Akakios.
Lefteris chinò la testa, sconfitto. La sua arma giaceva a circa dieci metri da lui, e andarsela a riprendere era pura follia, ora che probabilmente i demoni avevano udito il suono del flauto, pur se distorto, disarmonico e lacerante. Sconfitto e disarmato, non poté far altro che seguire gli altri su per la scalinata, con la testa bassa, le lacrime che bruciavano bollenti di vergogna, le unghie conficcate a fondo nei palmi delle mani. Si guardò indietro, la spiaggia tuttora immobile, il flauto quasi invisibile.
Ora avrebbe preferito mille volte essere dilaniato dai denti delle creature piuttosto che seguire come un soldato sconfitto quel lugubre corteo di vincitori, avrebbe preferito essere trascinato nelle profondità marine, essere lacerato fra i rossi coralli, resi ancor più brillanti dal suo sangue sparso, avrebbe preferito vedere il suo scheletro dormire sui fondali marini piuttosto che sentirsi echeggiare nella testa quelle parole come pugnali. Bambino! Vigliacco! Folle! La rabbia lo lacerava, più di quanto avrebbe potuto fare quei demoni.
Chiuse gli occhi e si limitò a mettere un piede davanti all'altro fino a casa, dove si buttò sul proprio letto, sperando che il sonno lo facesse morire definitivamente, spegnesse le sue emozioni.

Il sole era abbacinante, il caldo insopportabile. Lefteris correva. I suoi piedi alzavano polvere ad ogni passo, i sandali ne erano ormai bianchi. La stradicciola deserta risuonava solo di quella corsa folle e affrettata, nessuno assisteva a quella gara insensata. Il caldo era talmente forte che i contorni erano sfocati e l'orizzonte diventava liquido, tanto che il ragazzo non avrebbe saputo dire se il mondo si stava realmente sciogliendo o se era colpa delle lacrime calde, dei suoi occhi feriti dal vento. Non riusciva a vedere dove i suoi passi si sarebbero posati, i raggi di sole e le raffiche d'aria trapassavano le sue pupille con dolore, costringendolo a correre con le palpebre quasi abbassate. Pensava a suo padre e a suo fratello, che adesso stavano pranzando seduti all'ombra di qualche fico, le cui profonde radici si immergevano nella terra che insieme a lui avevano coltivato per tutta la mattina. Ricordava quando era andato da suo padre, aveva chiesto il permesso di tornare dalla madre per aiutare i vicini di casa in alcuni lavori di magazzino, e ricordava anche il viso serio di suo fratello, a cui il sangue si era gelato nelle vene ma che non aveva proferito parola. Si sentiva quasi felice, veloce nel vento, veloce nel sole, libero per la stradina deserta, sfrecciava sulla costa amata della sua terra, correva con alle spalle le vigne ed i campi di suo padre battuti dal sole, sentiva alle spalle l'ombra del Parnaso che proteggeva la regione, avvertiva con nitida chiarezza la vita che scorreva in minuscole vite d'uomini e di donne, e nelle ricche e belle città che si estendevano alle sua spalle e davanti ai suoi occhi; ma lì, egli era solo, correva solo nel deserto dell'estate greca, accecato dal sole, ferito dal vento, sostenuto da un'insolita euforia.
Quando arrivò alla scalinata che conduceva alla spiaggia, il suo cuore si arrestò per un attimo, come a voler fare un salto nel vuoto fra un battito e l'altro, ma i suoi piedi, lanciati nella folle corsa, presero le scale volando, si fermarono solo quando finirono gli scalini.
Tutto era bianco. Tutto era nel sole. La vista non sopportava il nitido candore dell'estate e grosse gocce di sudore colavano lungo il corpo adolescente di Lefteris, bagnandolo come la diverse ore prima avevano fatto le gocce di pioggia. Chiudendo gli occhi, avvertiva quante cose erano cambiate nel giro di una sola notte: ora stava immerso nel sole, quando prima era avvolto dall'oscurità; ora era colmo di euforia, quando prima lo era stato di terrore. I respiri irregolari erano dovuti alla corsa e non alla paura, anche se il cuore gli si stringeva in petto ogni qual volta i suoi occhi in mezzo al candore riuscivano a scorgere stralci di spiaggia o di mare. Avanzò di qualche passo. Riusciva a sentire il calore della sabbia bollente anche con i sandali. Continuò ad avanzare.
Finalmente vide a qualche metro da lui il flauto. Piccolo, rispetto all'immensità del cielo e del mare, quasi sommerso dalla sabbia, spuntava all'infuori come un invito, come un richiamo.
Era un richiamo. Era il richiamo delle cose proibite, del pericolo, della morte.
Nel suo piccolo cuore Lefteris sentiva che le ragioni che l'avevano spinto a quella folle corsa riaffioravano in lui: non sono un vigliacco. L'avrebbe dimostrato non a suo fratello o al suo amico, ma direttamente ai demoni, e quindi agli dei. Si sentiva grande e allo stesso tempo piccolo, come se le pareti di roccia che lo sovrastavano stessero per cadergli addosso e seppellirlo per sempre in quella spiaggia maledetta.
Prese il flauto in mano, fissò il mare con sguardo di sfida. Avrebbe suonato. Avrebbe suonato nel calore accecante del mezzogiorno.
Si tolse la clamide e la posò a terra, quindi ci si sedette sopra, stringendo con cura il piccolo strumento, come un bimbo nella culla stringe il giocattolo. Avrebbe suonato per richiamare la morte. Avvicinò il flauto alle bocca, lo chiuse fra le labbra con un bacio mortale. Avrebbe suonato per incantare la morte. Strinse le dita tremanti sui forellini. Avrebbe suonato per sedurre la morte. Raccolse gli ultimi rimasugli di fiato nei polmoni stremati. Avrebbe suonato per sconfiggere la morte. Soffiò.
La melodia nacque nel sole accecante, nei riverberi delle onde, nelle forme infinite della sabbia chiara, nacque dal respiro di un giovane che abbandonava il proprio corpo e si apprestava a diventare uomo, nacque nei recessi del cuore sanguinante e delle calde vene, nacque nella mente, ora spoglia di qualsiasi pensiero. Il ragazzo moriva attraverso il fiato che gli usciva dai polmoni, trasformandosi in musica, in suono, in melodia, moriva attraverso il respiro che lo abbandonava, il cuore che cessava di battere così furiosamente e si acquietava, moriva e rinasceva.
La mente scevra di razionalità seguiva solamente lo spartito immaginario iniziato con quella prima nota, lunghissima e straziante. E Lefteris suonava, senza pensare, senza guardare, senza sentire il calore della sabbia su cui era seduto, il sudore che gli colava in volto e lungo la schiena, senza avvertire quasi il sole che tutto infiammava, senza percepire più la vita umana nel suo insieme e nelle sue infinite frammentazioni, senza ricordare chi fosse, dove si trovasse, perché stesse suonando rivolto al mare.
Suonava una melodia dolce e lenta, che scaturiva dal flauto potente e nuova e andava a riempire ogni anfratto raccontando storie di infinita solitudine, di amori spezzati, di vaste distese infinite dove non dimoravano né dei né uomini ma solo onde e vento e musica, musica. Le dita magre si muovevano agili lungo lo strumento, inconsapevoli della stupenda melodia che stavano creando. La coscienza di Lefteris si annullò in quel suono dolce e immemore, come un ventre materno, si perse nelle volute della melodia. Avrebbe suonato come Orfeo per incantare i sassi, la sabbia, la pietra e il mare tutto intorno, avrebbe suonato senza interruzioni per commuovere persino il cielo con il suo sole crudele, nessuno gli avrebbe fatto del male se avesse continuato a suonare così.
Suonò per un'eternità, senza fermarsi, senza rendersene conto. Quando smise, il sole era nel punto più alto del cielo: non doveva esser passato poi molto tempo. Guardò il mare davanti a sé, guardò dentro di sé. Non trovò tracce della paura che tanto l'aveva scosso la sera precedente, o della vergogna che gli aveva messo le ali ai piedi. Sentiva solo un tranquillo, pallido sgomento.
Nulla era uscito dal mare, nulla era venuto da lui. Eppure, quelle creature dovevano essere affamate: nessuno passava mai di lì, tutti rispettavano la tradizione e le antiche leggende. Questo poteva dire una sola cosa: fra i flutti, non c'era più o non era mai esistito alcun demone. Deluso e svuotato oltre ogni dire, Lefteris posò il flauto, guardò ancora una volta il mare, nella cieca ed insensata speranza di vedere apparire una di quelle donne bellissime, ma nulla accadde; quindi si sdraiò sulla propria clamide, le mani incrociate dietro la testa. Aveva bisogno di pensare.

Quando si svegliò e si rese conto di essere steso sulla spiaggia, subito pensò che fosse ormai sera, che fosse ora di tornare a casa, e di fretta. Ma aperti gli occhi, vide il sole alto sopra di sé: probabilmente aveva dormito solo per qualche minuto. Il caldo confondeva ogni pensiero, la luce rendeva impossibile tenere gli occhi aperti: era contento di essere steso su quel mantello morbido, di essere sdraiato tranquillo e di sentire il calore della sabbia bruciargli i piedi, filtrare a malapena attenuato attraverso la stoffa, era quasi felice di sentire in viso la carezza bollente del sole. Stette ancora qualche minuto così, poi decise di alzarsi e di andare veramente a casa, altrimenti suo padre avrebbe potuto scoprire l'inganno.
Si tirò su, si guardò faticosamente intorno tenendo una mano sugli occhi: nulla. La spiaggia era immutata da prima, tranquilla e silente. Prese il flauto, raccolse la clamide da terra e se la mise, si avviò verso l'altra scalinata, ai piedi della quale la notte precedente si era svolta quella scena pietosa. Quando vi giunse, un brivido di quella tremenda vergogna tornò a farlo tremare, ma fu per un attimo appena. Era stato coraggioso, era tornato a mezzogiorno nella spiaggia e aveva suonato verso il mare: se Thales e Akakios non ci avrebbero creduto, era disposto a farlo anche altre mille volte, davanti a loro.
Con ironia prese ad imitare la faccia stravolta di Thales la notte avanti, quando gridando gli aveva strappato il flauto e lo aveva scagliato lontano, ed ecco anche Lefteris si girò, stava per scagliarlo davvero verso la spiaggia. Ma qualcosa lo bloccò.
La spiaggia non era più statica ed inanimata come prima.
A circa sette metri da lui, una figura stava stesa sulla sabbia, immobile come se ci fosse sempre stata. A Lefteris il cuore andò in gola, e soffocandolo smise di battere. La paura bloccava ogni suo arto, paralizzava ogni suo pensiero.
Nella luce accecante a malapena distingueva la figura, ma il suo istinto gli suggeriva le forme che nella realtà non riusciva a vedere.
La donna stava stesa sul fianco destro, con la testa poggiata sulla mano, e lo fissava con grandi occhi verdi, brillanti di curiosità. La sua posa era perfetta come quella di una finissima statua, nemmeno se qualcuno avesse scolpito quella carne avrebbe potuto ottenere un risultato migliore. Il lungo chitone azzurro avvolgeva quelle splendide membra, le pieghe del vestito ora scoprivano ora dissimulavano la voluttà delle forme, la stoffa era qua e là bagnata, come se la ragazza fosse uscita dall'acqua da molto e si fosse stesa ad asciugare al sole. I piccoli e deliziosi piedini bianchi tracciavano cerchi nella sabbia, ed ogni tanto si libravano e si scuotevano per eliminare i granelli che erano rimasti attaccati alla pelle; altri granelli erano rimasti nelle pieghe del chitone. La testa perfettamente proporzionata era mollemente appoggiata alla piccola mano, la posa suggeriva indolenza ma lo sguardo era vibrante di curiosità. Il mento e gli zigomi erano decisi, squisitamente modellati, la bocca carnosa stava chiusa in un'espressione quasi interrogativa, le labbra rosse spiccavano come sangue sulla pelle pallida, gli occhi erano innaturalmente grandi, come smeraldi incastonati in una statua. I lunghi capelli neri ricadevano in riccioli e boccoli lungo il collo sottile e sulle spalle, parevano esser stati incisi da quanto erano perfetti, ogni boccolo tondo ed allungato, ogni ricciolo separato dall'altro in una magnifica cesellatura.
Per gli uomini, il suo nome era Lamia, Lefteris lo seppe molto prima di rivolgere parola alla creatura.
"Lefteris." pronunciò ella, muovendo appena la splendida bocca rossa.
La voce, melodiosa ma non troppo acuta, riportò alla realtà il giovane: con i demoni era meglio parlare, argomentare, discutere, trattare, quindi voltare le spalle e scappare sarebbe stato certamente sfavorevole.
"Co- come sai il mio nome?"
La fanciulla lo guardò senza rispondere: probabilmente sapeva molto di più del suo nome.
"Suona ancora per me."
Era un ordine.
Raccolse coraggio.
"Non stavo suonando per te."
La ragazza rise, Lefteris annichilì: zanne aguzze spuntarono da quelle labbra dolci come petali di una rosa vermiglia, come se un lupo fosse nascosto dentro quello splendido corpo di donna.
"Suona. So che lo stavi facendo per me, per noi. Vi ho sentito, l'altra notte: un povero cucciolo spaventato." rise di nuovo, "Ma sei tornato. Non pensavo che l'avresti fatto."
Lefteris digrignò i denti.
"Oh, non ti arrabbiare! Sei coraggioso. Molto coraggioso. E così folle! Sarebbe stato meglio se avessi lasciato il tuo flauto dov'era: nessuno ti avrebbe mai fatto del male. Folle, folle, folle…" prese a ripetere, come cantando una ninnananna stranamente interessante.
"Hai detto che sono coraggioso. Come faccio al contempo ad essere folle?"
La ragazza rise sguaiatamente, mostrando per un attimo le lunghe zanne animalesche, prima di coprirsi la bocca con la mano, poi si tirò su a sedere. Il chitone la avvolgeva come una seconda pelle: il ragazzo a stento riusciva a credere che un corpo tanto perfetto, che pareva scolpito direttamente dagli dei, potesse appartenere ad un demone.
"Sei folle proprio perché sei coraggioso. Io avrei preso il tuo flauto, anche se non so suonare, ma al massimo ne avrei fatto un fermaglio per capelli o un oggetto da collezione, come faccio per i relitti delle navi e le ossa dei marinai. Tutto ciò che viene gettato in mare ci appartiene, tutto ciò che cammina su questi lidi è nostro nutrimento. Non lo sapevi?" E si mise nuovamente a ridere, maliziosamente. Lefteris tremava di collera: capiva che il suo coraggio era solo capriccio.
"Ma tu no, tu sei voluto tornare… Eravate arrivati a casa sani e salvi ieri sera: tre ragazzi sono troppi anche per me!" Il giovane incominciava a non poterne più di quelle risate, volgari nella loro cattiveria "Che cosa mai ti ha spinto? Cosa volevi dimostrare agli altri due? Avevi agito bene ieri, sei stato saggio. La paura ti avrebbe salvato la vita come un cervo che sente la freccia che sta per trafiggerlo e corre via. Ieri sera eri un cervo. Ora sei solo un uomo, che pretende di sfidare il destino per la seconda volta. Folle! Non hai dimostrato nulla. Ora sei qui, sai di non poter scappare: sai che ti raggiungerei in meno di un battito di ciglia. Non puoi attaccarmi: tra la mani hai solo quello stupido flauto. E, dopotutto, tu sai… tu senti…" La voce le morì in gola, le labbra si richiusero in espressione complice.
"Cosa? Cosa? Per Zeus, parla!"
"Sei impaziente. Mi piace come sei tornato qui, deciso ed euforico, ti saresti dovuto sentire… Suonavi con tutta la passione di Eros e tutta l'amarezza di Orfeo. Ti giuro, piccolo uomo, mi hai fatto sciogliere il sangue nelle vene…" Un sorriso crudele illuminò il viso della ragazza, il giovane pensò senza volerlo alle vene del lupo, che scorrevano in quel corpo femmineo.
"Sono venuto qui per morire e rinascere. Ho suonato per le Lamie, non ho avuto paura. Ho superato la mia prova."
"Non credo, giovane… La morte porrà fine a questa tua folle prova."
"Dimmi cosa dovrei sapere."
"Sentire, sentire mio caro, con i sensi… Tu sei tornato. Ieri sera hai preso il flauto e hai suonato, anche se erano stridori orrendi. Tu ci volevi. Tu volevi vedere apparire i demoni che ingannano gli uomini per succhiar loro via la vita dalle vene. Tu volevi che apparissimo. Sei tornato qui senza poter resistere al desiderio folle che si è impossessato di te. Tu volevi unirti a noi."
"Smettila! Sei folle! Io ti odio! Sei solo un orrendo demone!"
"Orrendo è un altro modo per dire affascinante. Tu non riesci a staccare gli occhi da me." E dicendo ciò la ragazza si alzò e in un battito di ciglia fu davanti al ragazzo, che si chiese con sgomento come avesse fatto a muoversi così velocemente. I capelli sollevati dal vento gli sfioravano le guance. Non osava alzare la testa per incontrare gli occhi della Lamia. Si ritrasse un poco, fissò il mare.
"Dimmi il tuo nome."
"Mi chiamate con tanti nomi… e con tanti altri mi chiamerete nelle epoche che verranno. Che t'importa?"
"Dimmelo."
"Tu vivi qui ed ora, e molto probabilmente fra poco morirai per la tua empietà. Chiamami Lamia, sono sempre io."
"Ma se ti chiamo dea o demone le cose cambiano."
"Mi vuoi chiamare dea? Invero saresti il primo uomo che mi dà un tale titolo. Non ne son degna!" Scoppiò a ridere, divertita. "Strano, vero? Poco prima mi hai chiamato orrendo demone, o sbaglio?"
"Tu stai controllando la mia mente."
"No, ragazzo, non lo sto facendo. Non ne ho il potere. Sono veloce, voi mortali non scorgete i miei movimenti. Posso cambiare la mia forma, ma non quella dei tuoi pensieri. E mi nutro di voi."
L'ultima affermazione stracciò il velo che aveva nascosto la realtà agli occhi di Lefteris fino a quel momento. Il sonno, il sole, il caldo, la luce: tutto era sfocato, i suoi sensi affogavano nella nausea. La testa gli doleva atrocemente, il demone stava a pochi passi da lui. Sarebbe morto su quella spiaggia, quello stesso sole che ora lo stava torturando avrebbe fatto marcire il suo corpo.
"Tu… tu… demone, dea, inganno, meraviglia, miracolo…"
"Morte, morte, morte…" gli fece eco Lamia, divertita dalla confusione e dal terrore del ragazzo.
"Vivrò."
"Morrai."
"Sono vivo."
"Sei ombra, cenere, vento."
"Sei solo un demone. Non puoi sconfiggere il Fato, nessuno può farlo. E il Fato dice che vivrò."
"Suona ancora per me."
"Non suonerò la mia veglia funebre."
"Allora sai che morrai."
"Son già morto. Sono nuovo, ora."
"Suona, dico."
"Perché, chiedo?"
"Perché finché suonerai vivrai. Ti risparmierò in cambio del suono del flauto, sai che è nella mia natura amarlo."
"Suonerò per ritardare la morte? No, Lamia, non ci sto."
"E cosa vorresti fare?"
"Orfeo commosse Ade stesso. Io commuoverò Lamia dal cuore crudele, Lamia dai begli occhi. Lamia dalle zanne aguzze."
"Il mio sangue tu non riuscirai a commuovere, ed è esso che ora anela al tuo. Come tu non hai trattenuto il tuo desiderio, io non riesco a trattenere il mio. Non cambierai la mia natura solo con il suono del flauto." La ragazza si mosse, cinse con le braccia forti il ragazzo, che girò la testa, istintivamente. Ma la giovane non mirava alla bocca: accarezzò a fior di labbra il collo fragile, i muscoli tesi, la guancia imberbe, la spalla e le sue ossa tese nello spasimo di quella stretta non voluta.
"Dea, mi hai chiamata…" sussurrò allora, dolcemente e lentamente "Dea del Sangue e delle Messi Umane… Io falcerò la tua vita, io la raccoglierò quando si spanderà in flutti, io pulirò il tuo cadavere. Non rifiutarmi ora, tu mi hai chiamata."
"E ti chiamerò Moglie, se lo vuoi." mormorò Lefteris, con voce strozzata.
La disperazione si dibatteva nel suo petto tanto quanto la fame nelle vene della Lamia: voleva vivere, quel semplice sentimento che gli lacerava ogni singolo pensiero. Le leggende lo avevano condotto alla rovina, le leggende lo avrebbero salvato: le Lamie cercano cibo, si nutrono della carne e del sangue degli uomini mortali, ma spesso molte di loro offrono in cambio della morte il matrimonio. Era la sua ultima alternativa per avere salva la vita, o almeno per guadagnare un po' di tempo, il tempo che ora gli pareva così poco, così limitato, il tempo esiguo e magro della vita che gli rimaneva da vivere.
"Come!?" quasi gridò la donna.
"Voi Lamie desiderate non solo il nostro corpo, ma anche il nostro amore. Smentiscimi."
Lamia arretrò, barcollò. Quel ragazzo stava giocando ad un'altra partita, con altre regole.
"Tu… tu… mi vuoi sposare?"
Lefteris ignorò il sole, il calore sulla pelle, ignorò di avere un corpo e di essere umano: rispose di sì.
Il volto della giovane si illuminò di felicità: sentiva che la sua solitudine si stava per riempire con la vita di quel splendido giovane che le offriva il proprio amore.
"Mi lascerai salva la vita?"
"Lefteris, sì. Sì, sei vivo, d'ora in poi."
"E come faccio a sapere che manterrai la promessa e non mi divorerai comunque?"
Il viso della ragazza di oscurò: la sua rabbia sprigionava cupa potenza.
"Non dubitare della mia parola. Sei vivo, e lo rimarrai. Ma sposami, uomo, sposami."
"Ti sposerò, Lamia." A Lefteris il cuore moriva un po' di più ad ogni battito.
"Dove ti troverò? Dove ci rincontreremo?"
"Stanotte tornerò qui. La luna e le stelle ci faranno da testimoni, saremo uniti di fronte al Cielo e alla Terra. Lascerò la mia famiglia, credimi. Ma dimmi, ti prego, tu dove vivi? Nelle profondità dei flutti? Fra i nembi dell'etere?"
"No, fanciullo. Vivo nel mondo reale, vivo dove puoi abitare anche tu. Non ti preoccupare di questo."
"Allora a stanotte, mia promessa. Deponi le tue armi e le tue intenzioni ostili, questa sarà una notte d'amore e non di strage e sangue."
"Fidati di me, Lefteris. Non ho mai incontrato nessuno come te, eppure so che gli uomini farebbero di tutto per aver salva la vita. Rinuncio al tuo sangue e accetto il tuo amore. A stanotte."
"A stanotte."
Lamia sorrise dolce, i suoi denti aguzzi infissero ancora di più il chiodo della consapevolezza nel cuore di Lefteris: quella bocca non poteva dispensare baci, quei denti non avrebbero mai mordicchiato dolcemente, ma avrebbero solo potuto affondare nella carne, per saziarsene. La natura del demone non poteva essere cambiata, il ragno velenoso continuava a tessere la sua tela, il serpente a mordere e a cambiar pelle. La natura delle cose non era modificabile.
La ragazza si voltò, fece qualche passo, poi scomparve. Fra il momento in cui c'era e quello in cui era svanita, a Lefteris parve di vedere la forma di un lupo evaporare nel sole.

Corse a perdifiato. Le colline di suo padre gli sembravano lontane quanto i Campi Elisi vicini. Corse fino a rimanere senza fiato. Finalmente intravide i filari della vigna, seppe di stare per cedere nel momento stesso in cui varcava l'ingresso della tenuta.
Thales.
Aveva bisogno di Thales, era l'unico nome che gli rimaneva in mente: la paura e l'ansia e la fatica lo avevano svuotato di qualsiasi altro proposito.
Quando finalmente lo vide, si sarebbe messo a piangere dalla gioia, e forse lo fece, nel deliquio che seguì, senza contorni precisi, in cui egli non aveva più percezione del mondo reale ma solo una vaga concezione astratta di quello che stava accadendo: lui che correva da Thales, lo abbracciava, gli riversava addosso un fiume di parole, di lacrime e di sentimenti, lo prendeva per la tunica e lo stringeva, spaventato dall'idea che potesse andare via.
Quando si fu calmato, gli spiegò cosa era successo. Thales ascoltò ogni singola parola con la massima attenzione, maledicendosi per aver insultato l'amico la notte precedente, provocando quel folle gesto. Thales ascoltò, giudicò, diede consigli, consolò. Poi rimasero in silenzio, sgomenti entrambi sia del fatto che Lefteris fosse riuscito a sfuggire alla Lamia sia del matrimonio promesso.
"Non la sposerai, vero?"
"Se lo farò, sarà solo per eliminarla quanto prima possibile. Oh, tu non l'hai vista! Ha occhi di smeraldo, freddi e maligni come le profondità degli Inferi, ha una bocca rossa che sembra una rosa appena sbocciata, ma appena dischiude la labbra scorgi le sue terribili zanne, due file di denti aguzzi come quelli delle bestie. Il corpo è perfetto, di una perfezione sconosciuta ai mortali, ma l'anima è crudele, ed esige sangue. Non mi fido neanche un po' del suo cambiamento: quando le ho detto che l'avrei sposata, il suo viso si è illuminato di felicità. Ma non ci credo. La sua natura di demone è maligna: quelle creature non desiderano amore, quando lo chiedono, è solo per ingannare e confondere ancora di più gli uomini di cui si ciberanno. Thales, tu che sei sempre stato saggio, non sai quante cose ho imparato nel giro di un solo giorno… Non sono più lo stesso ch'ero ieri."
"Ti vedo, Lefteris. Il tuo sguardo ora è quello d'un uomo. Ma la Lamia… lei ti aspetta, esige il suo sposo. Come fare?"
Lefteris non rispose, si limitò ad alzare la testa e a volgere gli occhi ad occidente.
Thales seguì lo sguardo dell'amico e vide la soluzione che l'altro vedeva: Delfi. Splendida, pulita e nitida, illuminata dal sole del primo pomeriggio risplendeva in tutta la sua sacra magnificenza.
Delfi li avrebbe aiutati, gli dei li avrebbero aiutati.

Scendeva quasi la notte. Il tramonto colorava il cielo di rosa e di cremisi, il sole perdeva i propri petali sull'orlo dell'orizzonte. I due amici camminavano vicini, consapevoli di intraprendere un cammino che non era solo reale. Akakios non sapeva ancora nulla: se avessero vinto il demone, lo avrebbero informato. Altrimenti, avrebbe capito ugualmente.
Lefteris si chiedeva se le file ordinate di opliti condividessero gli stessi sentimenti che ora albergavano nell'animo suo e dell'amico, se i loro volti possedessero la triste consapevolezza del soldato prima della battaglia, lo stesso furore, la stessa disperata incertezza.
Apollo aveva parlato chiaro: dovevano rendere la Lamia simile a sua madre, quella Lamia figlia di Belo che per prima fu condannata dalla maledizione divina. Il resto era cenere.
Thales era intelligente, e anche senza l'aiuto dei sacerdoti aveva individuato il significato della profezia: dovevano accecare Lamia, privarla della vista acutissima che le permetteva di vedere cento volte meglio degli uomini e grazie alla quale non doveva mai dormire, e in seguito bruciare il suo corpo, in modo che nulla rimanesse del demone, se non la cenere.
Lefteris e Thales camminavano vicini, ad occhi bassi. La scalinata che conduceva alla spiaggia si avvicinava sempre più e loro avrebbero voluto invece gustarsi ancora per un po' il tramonto.
Il loro piano era semplice, ma per essere attuato avrebbe dovuto aspettare la mattina seguente: così come mezzodì e mezzanotte erano i momenti in cui i demoni avevano maggior potere, all'alba e al tramonto essi erano più deboli. Avrebbero attaccato alle prime luci dell'alba.
I piedi erano recalcitranti, si legavano fra di loro. Nessuno dei due amici si voleva separare dall'altro, e tuttavia lo fecero, controvoglia, con la morte nel cuore di entrambi.
Lefteris ora andava solo, niente e nessuno lo avrebbe protetto nelle lunghe ore della notte… Doveva riuscire a convincere la Lamia, nel caso in cui ella fosse ritornata intenzionata a far di lui il proprio banchetto nuziale, a ritardare almeno di un giorno, per lasciargli godere da vivo la prima notte di nozze.
Il giovane era stupito di come Amore e Morte andassero a braccetto nel mondo, uniti più che fratello e sorella.
Scese le scale lentamente, quando fu in fondo il sole era già affogato dietro la linea dell'orizzonte: solo un pallido chiarore rosato ne testimoniava l'esistenza, ma già si entrava nel regno dell'oscura Notte, ammantata di stelle e di sacrifici.
La Lamia aspettava, distesa, immobile, come la statua di una dea.
Lefteris le si avvicinò lentamente, le allungò una mano, che lei prese per tirarsi su. Da in piedi, lei superava di almeno una buona spanna il giovane, e sembrava ancor più alta nella pallida luce che andava man mano svanendo. La sua bellezza era mille volte maggiore di notte rispetto al giorno. Stettero un tempo lunghissimo ed imprecisato, fermi l'uno di fronte all'altra, a fissarsi. Gli occhi di Lefteris erano persi nel chiarore opalescente che sembrava emanare dal divino corpo di Lamia, ed ella dal canto suo stava a contemplare i lineamenti del ragazzo, la corta clamide e la tunica, i capelli che ancora sfioravano le spalle, lisci e lucenti. La volontà di Lefteris barcollò più e più volte in quel momento, in cui tutto sembrava evanescente e vano a confronto con la solida e perfetta bellezza della ragazza che gli stava davanti.
Quando la luna incominciò la sua corsa per il cielo, Lefteris alzò una mano e presa la mano dell'altra, che subito capì. Raccolse il velo gettato con noncuranza sulle spalle e se lo mise in testa, in modo che gli occhi smeraldini raccogliessero tutta la luce possibile. Il giovane si avvicinò a lei, pronunciarono i giuramenti.
Non avevano banchetto, non avevano testimoni, non avevano dote, né casa, né letto: ma erano sposati.
Continuando a tenersi per mano, Lamia lo condusse in punto della spiaggia riparato da un grosso scoglio. Lì dietro si distesero per passare la prima notte, il loro baldacchino era il cielo stesso, le loro coperte il velo impalpabile della sabbia.
Lefteris cadde preda dell'incantesimo, nulla gli sembrò più reale d'allora in avanti: le sue membra non gli obbedivano più, la pelle diventava insensibile sotto il tocco gelato di lei, vide cieli con due lune vorticare in cielo e sentì le unghie di lei conficcarsi a fondo dentro la proprio carne, ma il sangue che ne uscì andò a macchiare la sabbia candida e non le belle labbra avide della ragazza.
Infine, il sonno lo gettò in un oblio buio ed immemore, popolato da stelle e lampi di luce.

Lamia si tirò su, guardò lo sposo disteso accanto a lei: le vene azzurre erano comunque distinguibili anche sotto la bella pelle scura, pulsanti di vita. Era bello. Così giovane, fresco, nudo. Fissò il mare, pensò alle sorelle lontane: la fame l'attanagliava. Era un sentimento strano che struggeva il suo sangue, le attorcigliava lo stomaco: fame di vita, fame di forza. Sentiva i muscoli stringersi e spandersi in spasimi che a stento riusciva a trattenere, come i gattini quando dormendo sognano del piccolo topino sotto le loro zampe ed estraggono le unghie, schioccano i denti.
La notte era perfetta, era stata una notte d'amore: per che scopo inondarla di sangue? Avrebbe potuto sentire il suono del flauto quando voleva, sarebbe stata saziata non di sangue ma d'amore. Sì, non avrebbe toccato il piccolo mortale disteso accanto a lei, che le aveva giurato fedeltà eterna. Dopotutto, la vita di Lefteris era breve: lei di certo non avrebbe avuto il tempo di annoiarsene, sapeva bene che quei mortali erano come farfalle, passavano nel giro di un giorno, sparivano in un soffio di vento. Ma, comunque, la fame le gridava dal fondo delle viscere che aveva bisogno di nutrirsi: non poteva restare, lei ragno, a coccolarsi la propria folle mosca senza cibarsi mai. E chi mai trasformare in banchetto, se non un'altra mosca?
Lefteris era stato un empio, un incosciente: lui non avrebbe pagato, ma uno dei suoi amici sì. Sarebbe vissuto con la consapevolezza di aver condannato a morte il suo migliore amico, per aver trovato uno stratagemma per battere la morte stessa. La Lamia sorrise, soddisfatta e crudele. Era il sorriso del ragno.

L'alba arrivò, gloriosa e bagnata di rugiada. Il giovane si tirò su, del tutto ignaro di essere scampato ad un macabro banchetto notturno. Si guardò intorno, vide che la ragazza non c'era, ma aveva rispettato la promessa: quelli non erano gli Inferi, ma solita spiaggia, bellissima e malinconica. Si vestì, mise i piedi nell'acqua limpida. Tutto era luce, bellezza, semplicità: l'oscurità si era dileguata come l'incantesimo che aveva fatto prigioniero il suo corpo, l'alba dileguava tutti i suoi dubbi.
Prese il flauto, iniziò a suonare. Si serviva solo del talento: sperava bastasse. Passione non ne aveva più. Era vuoto.
La melodia fluiva veloce ed allegra, le sue dita si muovevano come quelle di uno scheletro: secche e precise, Lefteris affilava la propria lama. Lefteris stava fermo in riga, in colonna, stava fermo riparato dietro lo scudo e aspettava il segnale d'attacco.
Si alzò lentamente, prese a camminare. Passeggiava per la spiaggia continuando a suonare, impaziente e determinato. Girovagando, trovò il piccolo anfratto che gli serviva: superata la stretta apertura, la cavità si allargava: quella tomba avrebbe accolto il corpo della Lamia. Si sedette sulla sabbia, la musica usciva dai suoi polmoni, fluiva dalle sue dita: il suo animo era freddo, la sua mente svuotata, tuttavia sperava che la melodia fosse abbastanza gradevole da attirare la Lamia.
Paura non ne aveva, non aveva sentimento alcuno.
Da qualche parte sopra la sua testa, Thales aspettava di vedere la ragazza comparire e dirigersi verso la cavità nella quale Lefteris stava suonando, solo allora avrebbe agito.
Si chiese con quanta freddezza dovesse suonare per risultare tanto sgradevole da cacciare via il demone invece di attirarlo a sé, ma dopo qualche minuto vide attraverso la stretta fessura la Lamia che usciva dal mare. Si chiese come facesse ad immergersi per così tanto senza respirare: infatti da quando si era svegliato l'acqua era rimasta tranquilla ed ella nemmeno una volta era risalita alla superficie per prendere fiato. Gli sorse il tremendo dubbio che l'unica energia di cui ella avesse bisogno fosse il sangue umano, che esso da solo sostituisse l'aria e l'acqua e tutto quanto.
Ma continuò a suonare, senza interrompersi, senza perdere nemmeno per un secondo il ritmo a cui danzavano le sue dita.
Lamia sembrava incantata come un serpente. Camminava svagata, seguendo il suono del flauto.
Quando arrivò alla cavità, Lefteris poté constatare che i suoi occhi parevano ciechi, opachi come quelli di alcuni vecchi. Apatica, seguiva la melodia, non parve accorgersi di essere entrata nell'anfratto e non vide nemmeno Lefteris che, seduto in terra, continuava a suonare, nonostante le sue dita fremessero nell'attesa di passare all'azione.
Il serpente era incantato, il ragno era rimasto avvolto nella sua stessa tela.
Lamia rimase ferma quando trovò il punto esatto in cui secondo la sua mente annebbiata incominciava la musica: era ad un paio di passi dal ragazzo, che lentamente si alzò.
Si chiedeva con terrore se la sua mano avesse tremato, se il suo corpo fosse stato troppo lento.
Staccò le dita dai fori, afferrò il flauto con la mano destra e con la sinistra il collo della ragazza, e quindi con tutta la sua forza infisse lo strumento in entrambi gli occhi del demone.
La vista del sangue e l'orrendo spettacolo lo fecero barcollare, sarebbe caduto in preda ai conati se non avesse saputo che la sua stessa vita era in gioco e non poteva ritardare di un solo momento.
Lamia gridò quando perse il primo occhio, un grido acuto e lacerante, più simile ad un ululato che ad un verso umano, e continuò così a gridare, senza poter articolare parole dall'atroce dolore.
Il demone ululava e strepitava con tutta la sua forza, si staccò l'arma dall'occhio ma non poté trovare il colpevole: come per Lamia figlia di Belo era stata una benedizione potersi togliere gli occhi e riposare ogni tanto, per lei era la più tremenda delle dannazioni. Non aveva più la vista e i suoi strepiti superavano ogni rumore possibile, quindi non poteva sentire da che parte il vile sposo traditore stesse scappando.
Per la prima volta nella sua vita, Lamia si sentì ingannata come mai era stata: da cacciatore era diventata improvvisamente preda. Cercò di smettere di urlare, senza avere il coraggio di portarsi le mani al volto devastato: doveva uccidere, ucciderlo.
Intanto Lefteris era corso fuori dall'apertura, sconvolto da quelle grida atroci, terrorizzato, ma per fortuna vide Thales che correva verso di lui tenendo in mano una torcia e dei rami già fumanti.
"Thales! Presto!"
L'amico non rispose, ma quando furono abbastanza vicini gli passò un po' di rami, che, svelto, Lefteris gettò nell'apertura, terrorizzato di vedere Lamia uscire ed attaccarlo, dilaniarli entrambi sulla quella candida spiaggia.
Arrivò anche Thales, mise metà busto nell'anfratto, vide il demone che accecato gridava folle inveendo contro lo sposo, rimase profondamente sconvolto da quel bel corpo così deturpato. Ma ella era il demone, loro doveva sconfiggerla per aver salve e libere le proprie vite. Gettò la torcia addosso a Lamia, i vestiti e i rami presero subito fuoco.
Le grida si fecero insopportabili, l'essere girava follemente su se stesso nella vana speranza di trovare l'apertura.
Thales uscì, arretrò, si trovò a fianco di Lefteris, ed insieme rimasero a contemplare quella tremenda pira umana che ardeva gridando.
Lo sgomento li aveva annichiliti.
"Tu… tu… ovunque tu sia…" riuscì ad articolare il demone, mentre i vestiti e le carni prendevano sempre più fuoco "Sappi che Lamia non ti lascerà andare così…"
"Scappa, Lefteris, scappa!" Lo incitava intanto Thales, che già si stava avviando verso la scalinata.
"Aspetta" sussurrò invece il giovane.
"Lefteris, ti prego…" supplicava l'amico "Lefteris, andiamo… seguimi…" Ed intanto andava allontanandosi, e sperava che la Lamia non avesse più forze per attaccare l'altro, testardo.
"TU! Mostro! Sei tu il vero demone! Io stanotte ti ho risparmiato, credendo alla tua promessa… Uomo più spregevole di tutti i cani dell'inferno!"
Lefteris ascoltava, incantato e sgomento.
"Sposa, ti prego! Perdonami, se puoi: non possiamo cambiare la nostra natura. Tu sei demone e da tale stai morendo: ti saresti cibata prima o poi di sangue e carne umana, ed io che sono uomo… Non posso vivere legato ad un demone!"
"Falso! Vile! Brucerai anche tu con me!" E dicendo ciò riuscì ad estrarre il corpo ardente dall'apertura, avanzando alla cieca.
Lefteris tremava di puro terrore, incapace di muoversi.
"Lamia, rassegnati… l'uomo per una volta ha vinto sul demone. Non cercare vendetta per quella che è la nostra natura!"
"No! Uomo Lefteris, io ti giuro rimpiangerai quest'alba finché vivrai."
E dicendo questo alzò la mano che ancora stringeva il flauto e soffiò con tutte le sue forze nell'imboccatura. Il suono che ne scaturì non aveva nulla di umano né di appartenente a questo mondo: in quella maniera potevano suonare solamente le schiere infernali, potevano latrare i cani di Ecate, lamentarsi i condannati agli eterni supplizi; il rumore, talmente acuto da essere lacerante, invase l'aria con la sua presenza macabra ed contagiosa, spezzò l'etere e fece tremare la terra.
Lefteris si trovò a terra, e dopo un attimo, quando le tremende vibrazioni infernali si spensero nell'aria ritornata alla sua normalità, per il giovane tutto fu nebbia.
Perse i sensi.

Thales sentì il tremendo suono invadere l'aria e turbare l'ordine del cosmo, temette per la vita dell'amico, corse indietro sulla spiaggia.
Il corpo carbonizzato della Lamia giaceva riverso sulla sabbia, fra le dita scheletriche stringeva il piccolo flauto, il viso rivelava il tremendo ghigno infernale dai denti aguzzi.
Poco lontano da lei stava Lefteris, sdraiato sulla schiena, immobile, con gli occhi chiusi; Thales corse verso di lui e lo sollevò, lo schiaffeggiò finché l'altro non riprese i sensi.
Lefteris aprì gli occhi e vide il viso di Thales chino su di lui: capì di non essere morto e fu felice per questo. Ma vide anche che le labbra dell'amico si muovevano, ma lui non percepiva alcun suono. Sgranò gli occhi: d'improvviso capì. Avrebbe davvero rimpianto quell'alba per tutta la vita.
Era diventato sordo, ed il silenzio avrebbe regnato d'ora in poi in quella vita che era stata pervasa dalla musica.
Il suono del flauto era l'ultima cosa che aveva sentito.

 
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CAT_IMG Posted on 4/8/2009, 10:02Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/12/2009, 20:48


madonna.. ti invidio tantissimo per come scrivi.. non posso essere l'unico che legge i tuoi post o.o

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CAT_IMG Posted on 19/9/2009, 11:09Quote
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 22/12/2009, 11:45


bravissimaaa! =) caspita mi piacerebbe saper scrivere come te... mi piace tanto il modo in cui descrivi le situazioni e l'uso degli aggettivo poco comuni dando un tono quasi epico alla storia... complimenti!


"Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire `questo è mio`
e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile.
Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi,
strappando i pioli o colmando il fossato,
avesse gridato ai suoi simili: `Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore!
Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti!`"

Jean-Jacques Rousseau




Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today...


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Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace...



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You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one


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Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man
Imagine all the people
Sharing all the world...


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You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will live as one

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La_luly!!!!!!
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io odio il mio computer. è un caso disperato.
lo STRAODIO xke ha fatto sparire la mia firma e quella della cloooo!

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scelto xke rendeva bene l'idea... XD
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image HAHA NON SIGNIFICA NIENTE XO FA RIDEREEEE!
 
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Mozilla Firefox è un web browser open source multipiattaforma discendente di Mozilla Application Suite, prodotto da Mozilla Foundation. Firefox attualmente è usato da un internauta su cinque, ciò lo rende il secondo browser più popolare della rete, dopo Internet Explorer.Le caratteristiche che lo rendono un browser innovativo sono: la navigazione a schede, un correttore per la lingua, una funzione di ricerca all'interno delle pagine web, segnalibri live, un download manager, una casella di ricerca che usa i motori di ricerca scelti dall'utente e la nuova awesomebar che permette di ritrovare le pagine precedentemente visitate basandosi sul titolo di quest'ultime. Alcune funzionalità possono essere aggiunte tramite l'installazione di piccoli addons creati da sviluppatori di terze-parti. Sicuramente il browser più avanzato e stabile in circolazione, lo consiglio vivamente a tutti.
 


Boh